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Dopo l'addio di Benetton, in Veneto arrivano i Cinesi

LINKIESTA, Lidia Baratta

27/9/2013 - Asolo (Treviso)

Ma nel distretto tessile mancano figure artigiane come le rimagliatrici. La più giovane ha 55 anni.

ASOLO (TREVISO) ‐ Come tutte le storie, anche quella del distretto della moda trevigiano evicentino ha un prima e un dopo. Prima: quando c’era Benetton che faceva produrre alle aziendelocali i suoi maglioni colorati. Dopo: quando Benetton a febbraio ha tagliato le commesse,preferendo la più economica manodopera straniera e delocalizzando all’estero. La storia sipotrebbe concludere con la chiusura delle circa 87 imprese e la perdita del lavoro per tutti i 600dipendenti (che arrivano a più di 4mila se si aggiungono i laboratori di subfornitura) che eranocoinvolti nella filiera della United Colors. Ma è a questo punto che, a sorpresa, potrebbero arrivarei nuovi protagonisti di questa storia: gli stranieri interessati al made in Italy. Cinesi, tedeschi, e infuturo anche francesi e americani.

Lavorare solo per Benetton all’inizio andava bene, poi ci ha chiuso come in una scatola. Anzi, sese ne fossero andati prima sarebbe stato meglio, ammette Giuliano Secco, presidente provincialee regionale della categoria abbigliamento di Confartigianato. Forse c’era bisogno dell’addio dellafamiglia di Ponzano veneto per far riemergere le capacità tenute sopite negli di Benetton eguardare oltreconfine. C’erano laboratori che sapevano fare solo una cosa, chi i coprispalla chisolo alcune rifiniture. Il lavoro era quello e basta. Ora bisogna rinascere.

La strategia della Confartigianato locale è quella di rilanciare il distretto, favorendo l’incontrocon gli operatori stranieri. E per farlo serve cambiare la mentalità delle imprese: dimenticare“mamma” Benetton e innovarsi, guardando ai mercati esteri. «Non rimarremo con le mani unmano. Il tessile qui vivrà anche senza Benetton, e lo farà puntando sull’eccellenza», dice FrancescoGiacomin, segretario Confartigianato della Marca trevigiana. Che con l’Istituto nazionale per ilcommercio estero (Ice) ha organizzato in questi giorni diversi incontri tra 17 imprenditori veneti(12 trevigiani, 5 vicentini, per un totale di 350 addetti) e 26 buyer volati nella Marca trevigiana daShangai, Pechino e Germania (il progetto si chiama Ies, Incoming exit strategy). Con un obiettivo:mandare tra un anno gli imprenditori nostrani in Cina per toccare con mano un mercato che inquesti anni nel tessile‐abbigliamento ha fatto la parte dell’acerrimo nemico al ribasso.

I cinesi che in questi giorni stanno visitando le aziende venete sembrerebbero interessati inveceal made in Italy di qualità. Dall’Asia vogliono il vero made in Italy, dice Secco, ma chiedono lecertificazioni che non sia fatto da cinesi in Italia. Tra gli imprenditori arrivati ad Asolo, neltrevigiano, ci sono i buyer che hanno proprie reti di vendita e sono interessati al prodotto finito,altri che in questi giorni cercano produttori italiani per i propri marchi. Basta mettere da parte lapaura che gli ex nemici cinesi qui siano arrivati solo per copiare i modelli nostrani. Qualcuno diloro mi ha chiesto di produrre per loro, ma con i loro materiali, racconta uno degli imprenditoripresenti agli incontri, io ho detto che così non va. Se vogliono il made in Italy lo facciamo comediciamo noi.

Il primo passo è quello di “mappare” le imprese del distretto. Sono di due tipi, spiega AlbertoMunari, consulente di Confartigianato Treviso: Quelle che producono il manufatto finito e hannouna propria rete di vendita, e le aziende che lavorano per conto di altri marchi con un prodottofinito o semilavorato. E oltre a Benetton, a produrre qui ci sono grandi griffe anche straniere, daChanel a Hermès. Le “teste” del sistema moda di Treviso sono in tutto 1.431, di cui 865 artigiane,con un numero totale di addetti che sfiora le 20mila unità. Si tratta di realtà che hanno nellamaggior parte dei casi pochi dipendenti, ma che sono legate ad almeno 15‐20 laboratori artigianidi subfornitura, facendo crescere quindi il numero dei lavoratori coinvolti.

Tra le aziende censite, ci sono quelle che nel “post Benetton” hanno già avviato un cambio dimarcia, sia nei prodotti sia nelle organizzazioni delle fasi di lavoro. Come l’azienda che dai600mila capi per ogni stagione di prima è passata ai 60mila capi di adesso, ma con un valoreaggiunto così alto da dover assumere quattro nuove persone per fare nuovi tagli, azzerando gliscarti di tessuto e tornando al taglio a mano. Questa azienda ora non accetta commesse perché èpiena di lavoro. E poi ci sono le aziende che hanno bisogno di una sferzata, per imparare arelazionarsi non più con un solo committente, ma con l’intero mercato. Il valore aggiunto, qui, è la capacità del problem solving, spiega Munari. Le aziende arrivano e trovano tutto, dal filatofino al confezionamento e alla spedizione, perché dietro ogni azienda ci sono 15‐20 laboratori. Èarrivato, ad esempio, un imprenditore che voleva i bottoni a forma di “S”. Qui hanno trovato lasoluzione. Ci sono aziende che addirittura acquistano loro stesse i prodotti per conto di marchialtissimi, lavorando insieme agli stilisti.

Il segreto, spiega Secco, è portare le subforniture a un livello più elevato, sfruttando la qualità enon più solo la quantità come è avvenuto finora. Puntando ad esempio sulla formazione di figureartigiane che qui, nella Marca, si stanno perdendo nelle generazioni. Rimagliatrici, rammendatricio orlatrici non si trovano più perché nessuno più sa fare questi lavori. Nella nostra mappatura èvenuto fuori che la più giovane rimagliatrice qui ha 55 anni. E c’è anche chi, come la maglieriaSambucari, vanta una magliaia di ben 74 anni. Si tratta di più di cento posti di lavoro chedovrebbero essere coperti, precisa Giuliano Secco, che con la sua azienda quest’anno per laprima volta ha prodotto in Italia le sciarpe di Telethon che fino allo scorso anno venivanofabbricate in Cina. Benetton ha sottomesso questa provincia con il suo modo di produrre. Tidicevano anche a quale banca ti dovevi rivolgere e come lavorare. Ora è arrivato il momento diriconoscere il valore dei nostri laboratori.

La soluzione, ovviamente, si trova all’estero. Non certo nel mercato nazionale. Prima, anche sesi lavorava con l’estero, avendo un capo comune c’era magari un intermediario che comunicavacon gli stranieri. Le aziende non “vedevano” l’estero, spiega Roberto Santolamazza, direttore diTreviso Tecnologia. Parlare vis‐à‐vis richiede invece nuove competenze. Magari partire dalbiglietto da visita in inglese, o sviluppandosi sul Web. Molti oggi hanno una pagina vetrina conindirizzo email o poco più. I passi più complicati per la reindustrializzazione post Benettonsaranno gli investimenti. In materiali nuovi, tecnologia e anche personale. Note dolenti, gliinvestimenti, in un periodo di magra. Bisognerà capire ora quante aziende sono pronte per laseconda parte della storia.

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